Muccia

testo e regia Michele Bia

con Franco Ferrante

foto Nico Sacco

organizzazione Caterina Wierdis

La cronaca: Muccia nasce da un racconto. Il racconto fatto da un ragazzo di Modugno con qualche problema di carattere psicologico alle spalle, che dopo aver lavorato per un anno in una cooperativa all’aeroporto di Bari, si ritrova, improvvisamente senza lavoro, senza un posto fisso. Questa condizione di disoccupato gli toglie dignità. E’ un ragazzo che crede molto nel valore del lavoro, per lui il lavoro è importante, per lui il lavoro nobilita l’uomo. Allora si mette alla ricerca di una nuova occupazione, che però non trova. Tutto questo gli crea una certa inquietudine e la disoccupazione diventa per lui quasi una malattia, una nevrosi che cura rifugiandosi nel cibo. In poco tempo si trasforma fisicamente, mette su pancia, una pancia enorme che lui non accetta. “Ma l’unica maniera di calmare il nervoso era mangiare focaccia e bere molta acqua”. Costretto, per sopravvivere, a dover ricorrere a espedienti precari e al lavoro nero, con una retribuzione che tocca i livelli di povertà, su consiglio della madre parte per Milano, a trovare la sorella, nella speranza di un posto fisso.

La storia. Nello spettacolo abbiamo preferito mettere in evidenza la parte grottesca della vicenda, la volontà di questo ragazzo di credere nel lavoro, nei contributi, nelle ferie pagate tutte cose che si riveleranno false, inconsistenti come un sogno. Pertanto “Muccia” (che significa “silenzio”) è un monologo che narra la storia un ragazzo, il bonaccione del paese che difende la sua scelta di rimanere al Sud, contrariamente agli amici che partono al Nord per trovare lavoro, affermando che nel Meridione lavoro ce n’è: basta trovarlo. Anzi , lui dice che di lavori ne ha tre, non stabili, ma che comunque gli danno da vivere. E in effetti “Muccia” mette le sedie durante le manifestazioni culturali del paese, porta le corone ai funerali e lavora in una cooperativa sociale. Tre lavori, tre divise, tre guadagni!  E’ dritto lui! Gli altri sono scemi. Quelli che stanno senza far niente o che partono per lavorare. Con i pochi soldi che Muccia guadagna si compra la felicità quotidiana: un pezzo di focaccia e un  momento d’amore con una prostituta.

Tutto bene fino alla  partenza di sua sorella per Milano. Va bene gli amici, ma non sua sorella. Non avrebbe mai creduto, lui, che anche sua sorella partisse per il Nord a trovare lavoro, lasciando madre e fratello da soli. Ed è in questo momento che la madre gli svela la verità: gli dice che i suoi lavori sono soltanto passatempi, che anche lui deve trovare una sistemazione, che anche lui deve partire, che se parte diventa un uomo, se rimane, resta bambino. E in una notte Muccia decide di partire per Milano.

Muccia ha partecipato al progetto organizzato dalla Università degli Studi di Bari  “Vite precarie e tempo di narrare” un ciclo di appuntamenti, tra convegni e momenti artistici, che parlano di precarietà.

E’ nostra intenzione con Muccia raccontare prima di tutto una storia, e poi tentare di esplorare i vari aspetti legati al problema della disoccupazione e il suo rapporto con  le nuove forme di lavoro, cosiddetto atipico, flessibile, precario.

Si vuole, attraverso la storia di Muccia, narrare una condizione comune a molti giovani, per cercare di capire, questo nuovo fenomeno che ridisegna le cartografie di flussi umani, materiali e simbolici, ridefinisce tempi e spazi di vita, determina, su scala mondiale e a vari livelli, l'emergere dell'insicurezza come stato d'animo epocale.