I Lavoratori

I LAVORATORI

soggetto, sceneggiatura e regia Michele Bia

con Franco Ferrante e cinquanta utenti ospiti nelle strutture psichiatriche

musiche Municipale Balcanica; J.S.Bach; Goran Bregovich

genere Commedia

durata 28’

anno di produzione 2006

in collaborazione con La Cooperativa Sociale “Questa Città”

 

Un gruppo di operai di una grande falegnameria del Sud sciopera a difesa di un  loro collega che sta morendo a causa di   un incidente sul lavoro.

Al rientro dallo sciopero sono messi dall’azienda di fronte ad un bivio: ritirare la denuncia penale oppure sottoporsi ad un nuovo lavoro “pulito” con tutti i diritti, la sicurezza e le ore giuste.

Nessuno accetta di ritirare le testimonianze e tutto il gruppo viene confinato in una palazzina con stanze vuote costretti ad oziare per l’intera giornata lavorativa.

Note

La storia prende le mosse da un eclatante caso di mobbing accaduto all’Ilva di Taranto nel 1998.  Il proprietario e suoi collaboratori confinano  nella palazzina LAF (la sigla Laf sta ad indicare l’ex laminatoio a freddo) circa una cinquantina di operai e impiegati, ai quali era stato imposto di lasciare ogni tipo di attività sindacale o accettare il declassamento del proprio livello raggiunto dopo anni di duro lavoro, in nome di una selvaggia riorganizzazione di sfruttamento della forza lavoro presente nello stabilimento siderurgico, con un incremento dei licenziamenti giustificati da presunti esuberi. Alla luce di quanto la Procura ha potuto ricostruire soprattutto sulla scorta di ciò che è emerso da una serie di testimonianze, quella palazzina  avrebbe rappresentato dunque una sorta di spauracchio per tutti quegli operai o impiegati che non avrebbero seguito gli ordini padronali. A far cosa? Nulla di nulla, in una progressiva distruzione psicologica e di autostima in sé  che avrebbe portato più di qualcuno sull’orlo del suicidio e comunque in uno stato di pericolosa depressione.

Stando alle testimonianze rese dagli ex lavoratori, sistemati lungo un corridoio di una quarantina di metri, quelli che avevano la pretesa di essere degli uffici erano muniti di una scrivania e di una sedia. Nient'altro. La situazione venutasi a creare avrebbe posto il personale "confinato" nella palazzina in una condizione tale da causare quella che dai giudici è stata considerata una chiara mortificazione umana, professionale e psichica.

La storia si protrasse per otto mesi fino a che non ci furono le prime denunce, il processo e la sentenza in cui i responsabili furono condannati.

Allora la cosa mi incuriosì molto perché anche il sottoscritto è stato vittima di un caso di mobbing.

E quando la cooperativa Questacittà, una dinamica organizzazione dislocata in tre centri pugliesi, Andria, Gravina e Spinazzola, che si occupa di disabili psichici mi ha proposto di girare un cortometraggio  con i propri utenti (una cinquantina appunto) mi è tornata subito alla mente quella storia.  Ho proposto loro questa mia idea e l’hanno accettata con entusiasmo. Grazie, dunque,  per questa possibilità.

Naturalmente, per ragioni logistiche e di sicurezza non potevamo girare nell’Ilva, e quindi la cronaca è stata leggermente modificata nella forma, ma non nel contenuto. Alla fine non c’è nessun processo, ma i lavoratori ottengono i diritti per cui lottano.

Le stesse ragioni sono diventate di natura artistica e sono stati gli attori stessi a suggerirmi, durante le improvvisazioni, la direzione esatta della storia indirizzandomi su una strada un po’ discostata dalla realtà, ma molto più pregnante sotto il profilo poetico e cinematografico.

 Percorrendo  questa strada è arrivato con tanta naturalezza anche il finale del film dove i lavoratori  “sudano . e ridono un po’.  Ma lavorano sodo e bene ….Anche quando il lavoro se lo devono immaginare, E devono inventarsi le giornate…Per non morire”

L’idea curiosa, poi,  era che una categoria disagiata potesse rappresentare e difendere attraverso il cinema un’altra categoria disagiata. In termini più grotteschi: “i pazzi” difendono i lavoratori, quei lavoratori dell’Ilva che hanno rischiato seri problemi psicologici all’interno della palazzina a furia di oziare.

Allora è nato un ponte tra il lavoro e la disabilità, ma anche tra il lavoro e il cinema e tra il cinema e la disabilità.  Sono equivalenze e connessioni significative perché se nella storia gli operai stanno senza far niente e c’è un direttore generale, nei pazienti è la malattia che impone la inettitudine. E la fuga nell’immaginazione diventa  una forma di libertà, lo spazio più adatto per dare inizio ad un viaggio verso un’altra dimensione, quella che permette agli operai di riscattarsi e ai marginati di sentirsi ancora parte di una collettività.

Il corto, quindi,  vuole essere un omaggio ai lavoratori, un omaggio al cinema, un omaggio ai lavoratori che guardano il cinema e ai disabili che fanno cinema.

 

Michele Bia



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